le cronache chiare/il coraggio di vivere/4
Sedeva in fronte al lago, Sabrina, con le mani chiuse strette a tenere il vuoto dentro il cuore e la paura di aprire occhi e vederlo. Il male nella pancia, nella testa, gli attacchi d’ansia messi a sedere a cucchiai di yogurt rubati dal frigo.
Faceva il gioco del dentro e del fuori che le aveva insegnato il dottore. Aveva bisogno di aiuto per sbrogliare i movimenti nervosi delle mani, gli alti e bassi che le si muovevano dentro e che di bassi erano lacerazioni a cui non era ancora capace di sottrarsi. Rimandava per giorni e settimane, e poi, poi l’appuntamento del martedì la costringeva a fare qualcosa, a smettere di scappare da se stessa. Non era nemmeno per lei che lo faceva, lo faceva per lui.
Se stessa non era abbastanza per metterci così tanta passione.
Stava sdraiata sul divano con una mano sulla pancia a tenersi la paura, cercarsi l’amore per se stessa, il coraggio di vivere che non incontrava. Sperava un giorno di poter amare la vita per quella che era, se stessa per quella che era, crescersi fino a darsi pace per vivere il resto dei giorni che stavano sul calendario.
Quanti erano ancora? Non li aveva saputi contare.
Le gambe la muovevano veloce da un’avventura all’altra senza lasciarla fermare. Fermarsi, fermarsi era lasciarsela venire addosso, la paura intenibile di non poter essere amata.
Ed era a quel punto che sapeva di dover correre via veloce, per non lasciarsi prendere da quelle parole e per la vergogna decidersi ad andarsene via.
Ricordava tutte le volte in cui si era guardata odiandosi, si era dovuta vergognare, aveva creduto d’averlo meritato. Il senso di colpa che le toglieva il respiro senza toglierle la colpa. Le cose che non se ne andavano via e la tenevano incastrata nel suo passato, senza lasciarla andare in avanti.
Offriva grandi performances Sabrina, a tutti i suoi spettatori.
Si preparava ogni giorno, e preparandosi bene, a dare il miglior spettacolo della giornata anche questo giorno.
La paura di non essere abbastanza la spingeva in avanti ogni mattina, e sospingendola forzatamente non le lasciava sentire niente altro che la pressione dei risultati di oggi, dei risultati di domani, dei risultati degli altri, e il gelo del compararsi e scoprire di essere peggiore. Peggiore era dentro di un cuore che non sapeva riconoscersi e se la portava via.
La fame d’amore le muoveva le gambe e il nero sul collo che c’era da strofinare a grattarlo via.
Il pettine di plastica bianca con due denti spezzati che teneva nella borsa, a tratti perdendolo per strada tra i giochi con gli amici.
C’era da essere ben pettinate se qualcuno si fosse presentato per amare.
le cronache chiare/il coraggio di vivere/3
Stava seduta sul bordo del letto a pensare, Nadine, le mani tra i capelli che non voleva tagliare, negli ultimi mesi di difficoltà in cui aveva lasciato andare le cose e le cose non la lasciavano andare, a un sonno normale di una notte di mezzo della settimana.
Quando tutto si era fatto così difficile, dove stava guardando, dove erano finite la lucidità del momento che l’aveva accompagnata ogni giorno. Dove erano rotolate le certezze di un attimo prima, tenute insieme con un pezzo di spago che sembrava tenere. Certo, le cose a guardarle non erano state facili mai.
Quando una vita comincia in maniera difficile tutto è un po’ più difficile le avevo detto un’amica una sera alla fermata del bus.
E difficile era stato crescere, andare, farsi forti le ossa quando non si è dato il tempo alle cose di crescere insieme, di fare anche i passi sbagliati, di imparare.
Imparare era quella cosa per cui Nadine aveva sempre avuto una grande passione. Studiava la sera dopo il lavoro, studiava da bambina mentre i bambini giocavano, studiava anche al mare, per portarsi avanti, diceva. Che nella vita bisogna arrivare preparati, rispondeva quando glielo chiedevano. Come se a prepararsi si potesse evitare il dolore, si potesse tenere le cose dal capitare, si potesse essere preparati per davvero.
Teneva sul tavolo una pila di libri, che si difendeva bene dicevano i professori a scuola. Si difendeva sempre poi, nel resto degli anni, quando gli attacchi della vita la mettevano in ginocchio, e inginocchiandosi cercava almeno di non cadere del tutto, che a cadere con il tempo si faceva sempre una gran fatica a rialzarsi.
Le forze non erano più quelle di prima, c’erano in qualche lato del cuore le paure che mai erano venute fuori e che Nadine rimandava di giorno in giorno al giorno successivo, e così di anni ne erano passati già alcuni.
Seduta, ricordava il pranzo di pochi giorni fa in riva al lago con una collega. Si erano incontrate per caso senz’appuntamento, nel luogo preferito di entrambe. Tenevano un libro in mano per ciascuna, e il menù del giorno le aveva messe insieme senza domandare. Parlando, si erano poi trovate ad averne di condivisioni. C’erano stati altri pranzi e altre cene, con l’alternanza della forza e della debolezza e il lasciarsi cadere.
C’erano giorni migliori per tutti.
Nessuna delle due però aveva ancora avuto il coraggio, seduta col lago, di lasciare andare le cose di dentro che salivano fuori, di prendere conoscenza senza prendere troppa paura.
Il pensiero non la lasciava dormire. Non capiva il senso degli esseri umani che ne sapevano tante di cose, ma che per la vita non sapessero come fare. Lo andava chiedendolo a tutti per il mondo, come si faceva a farsi grandi da soli, cosa si dicevano, come si calmavano con una mano sulla pancia quando saliva la paura.
Alcuni correvano, altri si riempivano le mani di cose, la casa di persone. Si tenevano tutti eccitati per non parlare del resto.
E il resto, il resto che andava via tra le mani era la vita, che giorno dopo giorno ce n’era sempre meno, ma che presi a parlar d’altro si lasciava andare via.
(Per Alice G., che si era perduta)
le cronache chiare/il coraggio di vivere/2
E così erano le cose per Maria. Cercava e spingeva, e non riusciva a trovare il suo cuore, che era andato a sedersi sul fondo del pozzo. Da quel momento, da tutti i momenti, saliva su fino in gola la sensazione che ne erano passate di cose, che dovevano esserci stati dei sentimenti, e poi, poi a un certo punto il suo cuore si era come fermato.
Era stanco, deluso, ferito.
Una palla di dolore aveva iniziato a formarsi quando lei non lo sapeva nemmeno.
Voleva l’amore Maria, come tutti diceva qualcuno, come lo voleva lei diceva lei.
Non era sicura da dove venisse questa sensazione, ma la certezza seduta sul fondo del pozzo diceva momenti. Quei momenti che erano stati pianificati fino all’ultimo dettaglio, vissuti, vissuti a parole scambiate su un divano sgualcito, vissuti nel cuore e nella memoria degli anni passati, come un tonfo di malinconia.
Ce ne erano stati alcuni di amori per Maria, e ogni volta c’era speranza, calore, quel volo di cose sopra la testa che accendeva la vita. C’era una contropalla di speranza che poggiata sul cuore lo portava più su e su fino al cielo.
E passavano le serate a parlare di una casa più grande e un vestito più bianco. Le avevano trovato anche un nome, Sofia.
Se l’erano immaginata, in una casa rossa nel nord della Spagna, nel sud della Spagna, nell’est della Svizzera.
L’avevano già vista in molti cartoni, in altre emozioni.
E adesso dopo tanto sognare il suo cuore era fermo, seduto, senza sapere che fare. Nessuno, non veniva nessuno a indicare la strada, e sapeva che c’era d’alzarsi, d’alzarsi e d’andare, eppure le gambe non lo tenevano.
E così aspettava, sul fondo del pozzo perduto in se stesso, cercava la luce per darsi da fare e non riusciva a vederla. Dentro, quella luce lì non l’aveva mai conosciuta, non glielo avevano detto. Il cuore di Maria aspettava sempre gli altri per fare le cose. Era un cuore bambino che gli era caduta addosso una palla di dolore. E dalla paura era scappato sul fondo del pozzo.
Disse, lo siento, lo siento mucho, ed è perché lo siento che mi tocca di andare.
Maria apriva le braccia come a stringere l’aria. Cercava l’amore nel suo intorno per non avere più un cuore, per non saper amare.
Le avevano detto tante cose negli ultimi tempi. Tutti si coloravano le mani delle parole più facili, le parole insentite e insensibili degli altri esseri umani che non sanno d’amore. Che il centro degli uomini oggi eran se stessi. Sì, che non era uno scherzo, gli uomini erano diventati così pieni di se da mettersi il centro nell’ombelico.
Andavano per il mondo parlando di libertà e indipendenza e blateravano qualcosa sulla capacità di stare da soli. Leggeri. Dicevano così, di non pensare, di vivere leggermente, riempirsi di cose da amare e da usare, e di questo legame che per eredità passava anche alle persone.
La paura d’amare che era raccontata come siamo coinvolti uno nell’altro, ma senza sentimenti.
Non pensando, non ci avevano ancora pensato, che l’amore senza sentimenti è una scatola vuota di cartone bagnato.
(A Diana H., que lo sentía mucho)
Il coraggio di vivere/1
Ragazzi, ammettiamolo.
Quando si sganciano i cuori, si sono sganciati.
Per quanto si possa spingere non si riagganciano. Smettete di insistere.
Dove ci trovate
In molti luoghi, eventi, momenti. Non più come prima su questo blog, come avrete già notato. E’ trascorso un anno e mezzo e tutto è cambiato, e l’italiano per quanto lingua del cuore, non regge più in una realtà internazionale come Zurigo dove parliamo di tutto, tranne che italiano.
Incredibilmente, le lingue che più parliamo qui sono inglese e spagnolo.
Il tedesco quando ne abbiam voglia, il francese a tratti, come durante il film di ieri sera a Lucerna.
Il nostro italiano è peggiorato, ma la nostra vita è nettamente migliorata.
E non per un trasferimento nella svizzera tedesca. Certo, quello ha aiutato a digerire la paura, fare i conti con noi stessi e i nostri limiti, renderci conto che di internazionale non avevamo proprio niente, se non i sogni.
La nostra vita è migliorata perchè nel frattempo abbiamo passato i trenta, fatto i conti, ci siamo trovati.
Era ora eh, di diventare adulti.
Con tutto il casino che abbiamo fatto.
Era ora, di riuscire a darci una stabilità da soli. Ebbene quella stabilità è arrivata. E, incredibilmente, senza sposare uno svizzero.
Che sorpresa la vita.
A che punto siamo
Siamo approdati nella Svizzera tedesca più di un anno fa, a chiusura di aprile 2011.
E’ passato un anno e sono successe una lista innumerevoli di cose, abbiamo provato lo chock culturale, abbiamo fatto di tutto per integrarci, abbiamo lottato più di molti altri che si sono arresi al primo tentativo.
Abbiamo scoperto che il numero di stranieri residenti a Zurigo è pari al 50% della popolazione, e che cosa succede a tutti gli stranieri che non si integrano. Quelli che vivono in ghetti di vario tipo, ricreando il loro ambiente, o l’alto numero di quelli che vivono nel ghetto “internazionale”, che avviene a Zurigo come potrebbe avvenire in qualsiasi altra città del mondo.
Zurigo è senza dubbio una delle città più internazionali che io abbia mai visto, ma anche, una città con forti problemi di integrazione per una cultura che, comunque, oppone resistenza al cambiamento.
Da quando ho aperto questo blog ho ricevuto un numero infinito di e-mail con richiesta di suggerimenti su come trovare lavoro a Zurigo, su come si vive in questa città, su quanto si può chiedere di stipendio al momento del contratto, su quanto si necessita per vivere, e il clima, e il cibo, e la vicinanza con la terra natia.
Se siete italiani e state progettando un trasferimento in questa città, posto che le vostre condizioni economiche miglioreranno (ma non così tanto come vi aspettate), la prima domanda dovete farla a voi stessi.
Come volete vivere a Zurigo?
Volete integrarvi o volete vivere nel ghetto italiano?
Siete abbastanza aperti da voler abbracciare la cultura svizzero tedesca o la considerate solo una conseguenza di un trasferimento necessario?
E se volete integrarvi, quanto sforzo siete disposti a fare per apprendere il tedesco?
Avete letto qualcosa sullo chock culturale di 6 mesi che vi toccherà passare prima di sentirvi a vostro agio qui?
Siete pronti a passare 1 anno intero a lavorare duramente, sentirvi soli alla sera e andare al corso di tedesco il sabato prima di poter dire: sì, io voglio rimanere?
O siete a Zurigo di passaggio, in attesa della prossima destinazione internazionale?
Rispondetevi a tutte queste domande, prima di cercare o accettare un qualsiasi lavoro in questa città. Le conseguenze di un trasferimento all’estero non sono da sottovalutare, il processo di integrazione va fortemente voluto e l’apertura mentale è d’obbligo.
Se iniziate con frasi sul fatto che gli svizzeri tedeschi siano freddi e chiusi e noiosi, rimanete in Italia. Meno sofferenza per tutti.
Buona fortuna.












